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Il mondo missionario è ricco di tipi strani e fuori del comune. Felice Tantardini era uno di questi. Soffriva di ernia inguinale e la teneva a posto con un cinto di cuoio e fermaglio di legno da lui stesso fabbricati; si lavava i denti con la cenere e un vecchio spazzolino (a 85 anni aveva ancora tutti i suoi denti); dormiva per terra accanto al letto su una stuoia di paglia e una coperta, senza lenzuola e senza cuscino; quando sentiva in arrivo qualche raffreddore o disturbo intestinale (le uniche malattie che conosceva), per due giorni mangiava solo tozzi di pane secco bagnati nell'acqua salata e guariva; è vissuto in luoghi malarici ma non aveva mai preso la malaria e diceva ridendo: «Le zanzare che mi morsicano, muoiono».
Un fabbro in missione
Felice era un laico missionario nato a Introbio in Valsassina (Lecco) nel 1898, aveva studiato fino alla terza elementare e poi era andato a fare il fabbro. Militare nella prima guerra mondiale, è poi entrato nel Pime come «fratello cooperatore», cioè missionario laico consacrato a vita. Parte per la Birmania nel 1922 e muore il 23 marzo 1991, a 93 anni, dopo 70 anni di missione con un solo ritorno in patria nel 1956. Nella sua autobiografia, scritta per ordine del vescovo, si definisce «il fabbro di Dio» e nell'arte di lavorare il ferro aveva formato molti giovani birmani. Era a servizio delle missioni di Birmania, dove il vescovo lo mandava, lui andava e faceva di tutto: fabbro, falegname, ortolano, agricoltore, infermiere, sacrista, capomastro. Sorridente, arguto, disponibile, viaggiava sempre a piedi, capace di percorrere 50 chilometri al giorno su sentieri di montagna e di foresta con 30-40 chili sulle spalle e per più giorni di seguito. Aveva una forza straordinaria: piegava le sbarre di ferro con le braccia. Si alzava alle 4 e 30 del mattino andava a dormire alle 22 senza nemmeno riposare al pomeriggio, quando passava un'ora in chiesa recitando i suoi tre rosari quotidiani. Alla sera faceva un'ora di adorazione.
Felice e «famoso»
Amava molto i poveri, gli ultimi della società e anche gli animali, dava via tutto quel che aveva e riceveva. In decenni di intenso lavoro costruisce chiese, scuole, case parrocchiali, ospedali, seminari, orfanotrofi, conventi. La sua fama si diffonde in tutta la Birmania, al suo funerale una folla notevole formata anche da buddhisti e musulmani. Molti hanno cominciato ad invocarlo come «il santo col martello». Il 28 gennaio 2005 la Congregazione dei Santi ha pubblicato il «decreto di validità» del processo diocesano informativo sulle sue virtù eroiche, concluso l'anno precedente nell'arcidiocesi di Taunggyi in Birmania. Felice Tantardini, fabbro di Dio, è incamminato verso la santità riconosciuta. La missione della Chiesa nei paesi non cristiani non è più quella vissuta da fratel Felice, ma la sua storia ha il sapore dei «fioretti di San Francesco», lo stesso profumo di Vangelo, le stesse «beatitudini» che secondo la logica umana sembrano pazzie, ma che nella luce della fede danno serenità, pace e gioia del cuore.
Bibliografia
140 ANNI DEL PIME IN BIRMANIA
Pime – Introbio – 22-VI-07 – Piero Gheddo
Quest’anno il Pime celebra i 140 anni in Birmania: il volume dell’Ufficio storico stampato dalla EMI (“Missione Birmania – 140 anni del Pime in Myanmar (1867-2007”) e la morte dell’ultimo missionario padre Paolo Noè (29 marzo 2007).
Dopo il volume sui 150 anni dell’Istituto, pubblicato nel 2000, mi sono messo a leggere l’archivio della Birmania (130.000 pagine circa di documenti e lettere): commovente e stimolante. Ho pubblicato diversi altri volumi e biografie, ma le ricerche d’archivio sulla Birmania continuavano. Nel 2002 con padre Angelo Campagnoli in Birmania: un quintale di documenti d’archivio portati a Roma!
Nell’ultimo anno ho passato settimane nell’archivio per leggermi con la lente le lettere antiche, trascrivere i passi più importanti, fare fotocopie, ecc.
Epopea gloriosa: mi sono commosso a leggere le lettere e relazioni del nostri missionari, le fatiche, gli eroismi, la fame, l’isolamento, le guerre, per portare il nome di Gesù a chi non l’aveva mai conosciuto.
Mi ha consolato vedere come lo Spirito Santo ha saputo creare una Chiesa così viva come quella delle sei diocesi fondate da circa 170 missionari del Pime (otto dei quali prefetti apostolici o vescovi), con pochissimi mezzi e difficoltà enormi da superare.
Si potrebbe pensare: la storia del Pime in Birmania non interessa, troppo distante dai nostri problemi di oggi. E invece, secondo me, è proprio interessante anche per questo: qui è nata una Chiesa locale nei nostri tempi, la storia del cristianesimo primitivo si ripete nei tempi e lo Spirito Santo compie miracoli, fra popoli non preparati e con missionari non adeguati come numero e aiuti materiali.
Tre parti della nostra chiacchierata:
I 140 anni del Pime nella Birmania orientale sono fra le più belle espressioni del nostro Istituto, come la prima missione in Oceania, quella in Bengala (“la tomba dell’uomo bianco”), la fondazione di Macapà e Parintins in Amazzonia, l’azione di redenzione dei paria nell’India del sud, le drammatiche missioni nella Cina di Mao Tze Tung.
Tre punti: I pionieri della missione del Pime in Birmania
La formazione e maturazione della Chiesa locale
Il futuro della Chiesa e del Pime in Birmania
I) I pionieri della missione in Birmania (1967-1912)
Arriviamo in Birmania nel 1867 nella prefettura apostolica della Birmania orientale oltre il fiume Salween. La sede era a Toungoo che era 300-400 chilometri distante dal Salween e dalla regione inesplorata ai confini con Laos e Cina, che era la Birmania orientale.
La prima fase della missione è l’occupazione del territorio fino al Salween (1867-1912). L’ideale era “passare il Salween” che è rimasto come una icona dello spirito del Pime: andare al di là di ogni ostacolo verso i popoli più lontani e abbandonati, per annunziare Cristo.
Primo periodo della missione: 1867 – 1912, 40 anni di penetrazione in territori nuovi e inesplorati. Occupazione del territorio. L’epopea dei fondatori.
I missionari lanciati in territori sconosciuti. Dove oggi ci sono sei diocesi, estese come tutta l’Italia: i missionari prendevano contatto con le varie regioni e gruppi tribali molto distanti l’uno dall’altro.
I primi tre missionari: Eugenio Biffi, Rocco Tornatore, Tancredi Conti e Sebastiano Carbone. All’inizio del marzo 1868 arrivano a Toungoo, dove c’erano gli inglesi e un cappellano militare cattolico padre De Cruz con una chiesetta per i militari cattolici inglesi, irlandesi e indiani. In città c’erano già i battisti e la popolazione era buddhista, senza speranze di conversioni. Decidono di “andare ai pagani”, cioè ai tribali, diprezzati da inglesi e birmani.
Gli inglesi sconsigliano: non potremo più proteggervi! Mons. Biffi: noi andiamo lo stesso perché siamo sotto la protezione di Gesù Cristo! Il 27 marzo 1968, venti giorni dopo il loro arrivo a Toungoo, Tornatore e Conti attraversano il Sittang ed entrano nei territori dei cariani: incomincia il periodo di esplorazione e occupazione del territorio, prendendo contatto con le diverse etnie dei cariani: cariani bianchi e cariani rossi, sokù, blimò, padaung, ghekù, ikò, lahù….
Arrivano altri missionari e la missione si estende verso la meta che era il fiume Salween. Protagonista è padre Rocco Tornatore di Mondovì (Cuneo), che poi è vescovo dal 1887 al 1908, morto a cavallo: la sua vita era un continuo girare per monti e valli per prendere contatto con la gente in più posti possibile.
Tornatore era un personaggio mitico e avventuroso: una sua biografia sarebbe bellissima.
La scelta di andare ai tribali è intelligente e fortunata. Tornatore e gli altri missionari seguivano il metodo dei primi Apostoli e di San Paolo: prendevano contatto con nuovi gruppi tribali, parlavano di Gesù Cristo, lasciavano in ciascuno un catechista e proseguivano verso nuovi popoli e nuove mete. Battezzavano rapidamente e lo Spirito apriva loro le porte dei cuori e delle menti.
Poi arrivano le prime suore della Riparazione nel 1895, che sono un aiuto notevole alla missione. Il Beato card. Andrea Ferrari le manda lui e pochi anni dopo le ragazze tribali, formate da loro, fanno una mostra dei loro ricami e la città si commuove, lo stesso governatore inglese non crede ai suoi occhi: quelle ragazzine selvatiche fare quei lavori così belli e delicati! Le suore della Riparazione hanno preso lo spirito del Pime: andare nei villaggi, fra gli ultimi. Sono la congregazione femminile più diffusa e numerosa in Birmania (più di 500 suore!).
Ma anche i fratelli del Pime sono stati importanti nella fondazione della missione: costruzioni, agricoltura, falegnameria, meccanica, elettrotecnica, tipografia, lavorazione del ferro, canalizzazione dell’acqua… Fratel Ernesto Pasqualotto che ho visitato a Toungoo nel 1983: dirigeva l’unica tipografia cattolica della Birmania che stampava in dodici lingue con tre macchine tipografiche del 1929 e 1936,perché il governo proibiva l’ingresso a nuove macchine! Pasqualotto costruiva lui stesso i pezzi di ricambio per quei vecchi catorci da museo.
Fratel Luigi Angelini, specialista di lingue indigene, che era mandato ad aprire nuove missioni con un coraggio incredibile.
Fratel Pompeo Nasuelli, factotum delle missioni: usciva un giornale intitolato a lui: “Il Pompeo”, in inglese e in cariano.
Fratel Felice Tantardini, fabbro ferraio, costruttore e prossimo beato!
I battezzati non erano moltissimi, ma quando un gruppo tribale si legava al prete e alla Chiesa, difficilmente tornava indietro. Due le difficoltà di questi tempi:
a) L’estrema miseria e mobilità di quei tribali e la povertà dei missionari, che non avevano mezzi per aiutare. Aiutavano portando la pace fra villaggi e tribù e con l’aiuto di fratelli molto capaci, portavano metodi nuovi di coltivazione del riso e la coltivazione dei gelsi e della seta; più tardi le piantagioni di caffè: le risaie coltivate dai missionari rendevano molto più delle altre! Inoltre la falegnameria, la meccanica e l’assistenza sanitaria con medicine preparate sul posto, con erbe, foglie e radici!
b) Secondo: le calunnie dei battisti che avevano seguito i missionari cattolici fra i cariani e avevano molti più mezzi materiali per aiutare. Inoltre, gli stregoni tradizionali con le loro magie e i loro veleni.
L’ecumenismo è venuto molto dopo, oggi fra cattolici e protestanti non ci sono più contrasti, ma la prima storia del Pime in Birmania è fortemente segnata da questi conflitti con fratelli cristiani separati. Due missionari, Mario Vergara e Pietro Galastri, nel 1950 sono stati uccisi da protestanti infuriati contro di loro.
Il periodo dei pionieri era il tempo dell’autentico eroismo: miseria del popolo, isolamento (mesi e anche un anno senza vedere un confratello), lingue, guerre, povertà dei missionari, mancanza quasi assoluta di medicine e assistenza sanitaria. Viaggi avventurosi in posti senza strade e senza indicazioni di direzione. Due missionari si perdono in una foresta disabitata: giorni e giorni girovagando senza sapere più dove andare. Sono quasi disperati, hanno finito il cibo, temono di morire per strada. Sentono un gallo cantare il mattino presto: giungono ad un villaggio.
Il vescovo di Kengtung dice ad un suo missionario che mangia (e non tutti i giorni) solo quello che mangiano i suoi tribali ed è fortemente debilitato: vieni un mese o due nella casa episcopale dove mangerai tutti i giorni. Quando ti sei tirato su, torni alla tua missione.
Padre Paolo Manna, arriva a Toungoo nel 1895: dormiva come tutti i missionari su un tavolo o per terra e con una coperta, non aveva nemmeno il cuscino.
Tre le spedizioni a cavallo per andare a Kengtung:
La meta dei missionari era di entrare nella “Birmania orientale” al di là del grande fiume Salween, ma troppo lontana dalla base di Toungoo. Vari tentativi
1994 - Le guide indigene si rifutano di passare il Salween per paura degli spiriti cattivi dall’altra parte del grande fiume.
1996 – Trovano una guida che accetta di passare il fiume, ma nei giorni di viaggio per avvicinarsi al fiume, mons. Tornatore cade malamente da cavallo e non può proseguire. I padri Antonio Cazzulani e Teobaldo Villa giungono a Kengtung ben accolti dal saboà locale (erano quasi i primi bianchi che vedevano), poi tornano indietro: una spedizione di tre mesi da Toungoo, che dimostra prematura una missione così lontana dal centro.
1912 – Bonetta, Portaluppi e Lombardini si stabiliscono a Kengtung.
Interessante come si fonda la missione di Kengtung. La signora Marucco di Napoli, avendo letto su “Le MissioniCattoliche” che quella missione non incominciava per mancanza di denaro, dona 40.000 lire per Kengtung (allora lo stipendio di una insegnante elementare era sulle 60 lire mensili!). Nasce “La missione della Provvidenza”!
Ma c’erano già i battisti arrivati alcuni anni prima dalla Thailandia, molto più vicina. Il saboà, che aveva accolto bene i missionari cattolici, proibisce di vendere loro case o terreni.
Mons. Sagrada da Toungoo gli manda una lettera con tanto di timbri e insegne episcopali dicendogli che quei missionari dipendono da lui: il saboà non sa cosa vuol dire “vescovo” e pensa che quei missionari cattolici siano inviati dal governo inglese e allora offre loro la settima collina di Kengtung, quella degli spiriti cattivi, del tutto disabitata perché nessunovoleva andarci a vivere! I tre missionari, “giovanissimi, ardimentosi e decisi”, accettano e costruiscono la loro missione nella casa degli spiriti! Oggi su quella collina c’è una cittadella cattolica con tutte le opere centrali della diocesi e vari villaggi cattolici.
2) La Chiesa si rafforza con preti e laici locali (1912-1950).
Dopo la guerra mondiale, a Toungoo il nuovo vescovo mons. Vittorio Emanuele Sagrada inaugura un metodo nuovo: occupato il terrirorio, bisogna formare i cristiani e il loro impegno nella società per portarvi il Vangelo e i valori cristiani.
A) La pastorale era di infondere lo spirito missionario nei cristiani, con un forte senso di appartenenza e di ringraziamento al Signore per il dono della fede: missionari fin dall’inizio, quando ancora sapevano pochissimo della fede. I battezzati sono missionari, come agli inizi della Chiesa apostolica.
Inizio anni venti: il primo catechistato e la tipografia per stampare le lingue indigene, giornaletti e libri. I missionari sono stati i primi a scrivere quelle lingue.
Moltiplicazione delle scuole cattoliche. Nel 1916 giugono in Birmania anche le suore di Maria Bambina, anche a Toungoo, a Pekong, a Kalaw, a Taunggyi ci sono scuole di buon livello maschili e femminili: la missione cattoliche acquista visibilità e riconoscenza delle autorità inglesi.
La Chiesa si è preoccupata di elevare la condizione umana dei tribali attraverso le scuole e il miglioramento delle loro tecniche agricole, delle case; ha introdotto in quelle regioni la coltivazione dei gelsi importati dall’Italia e l’industria della seta, le prime macchine tessili, la canalizzazione dell’acqua, la meccanica, la lavorazione del legno e del ferro, ecc. Prima dell’incontro con i missionari, quei tribalibirmani vivevano ancora in un’epoca che si può definire “preistorica” (non avevano scrittura). Oggi hanno i loro stati federati nell’Unione birmana, governati dalle loro etnie, quindi con tutta una classe intellettuale e media di buon livello. In Birmania su circa 50 milioni di abitanti i birmani sono solo il 72% della popolazione totale, il 28% sono tribali suddivisi in molte etnie, che occupano circa il 60% del territorio nazionale.
L’Azione cattolica. Due esempi:
Falegnami cattolici formati dalla missione vanno in regioni nuove a lavorare e dove arrivano piantano una grande Croce, pregano davanti ad essa tutte le mattine e le sere, parlano della loro religione e della missione. I capi villaggio richiedono la scuola, il catechista, le medicine.
L’Azione cattolica è riconosciuta come associazione laicale autonoma dalla Chiesa e prende posizione anche politica e contro i saboà che perseguitano la Chiesa; oppure per portare la pace fra le tribù.
Riempie il paese di segni cristiani. La grande Croce sul monte Dilimikhò (1933), il monte più alto fra i cariani, alta 22,50 metri e un braccio trasversale di 7,50 metri, di legno-ferro inattaccabile dalle termiti che con i quattro grandi specchi in cima si vede da decine e forse centinaia di chilometri lontano! Un’avventura che riempie di orgoglio i cariani (pagg. 197-199 del libro)
Le feste cattoliche dei monti. Raduni annuali di 4-5 giorni di migliaia di battezzati in villaggi centrali, con costruzioni in bambù e paglia: chiesa capace di ospitare migliaia di fedeli, case delle donne e case degli uomini, casa dei preti e delle suore. Il problema era dar da mangiare a tutti, riso e carne!
B) Il seminario per la formazione del clero locale nel 1934. Protagonista padre Alfredo Lanfranconi che nel 1936 diventa vescovo successore di Sagrada.
Impresa difficile, ma incominciata molto prima che in altre missioni, perché la maggioranza ei missionari pensava che era impossibile tirar fuori dei preti da quei semi-selvaggi! Il seminario opera dei fratelli Felice Tantardini e Pietro Giudici è la più grande e maestosa costruzione a Toungoo: per l’inaugurazione, sfilata di otto auto e di centinaia e centinaia di cattolivi e ragazzi e ragazze delle scuole cattoliche! Un’avvenimento per una cittadina in cui non succedeva mai nulla come Toungoo.
I primi preti vengono dopo la guerra: Lanfranconi ordine 18 sacerdoti locali, due dei quali vescovi, mons. Sebastiano Shwe Yauk, successore di Lanfranconi e mons. Abramo Than, primo vescovo indigeno di Kengtung.
Dopo la guerra mondiale e l’occupazione giapponese (1941-1945) e la guerra dei cariani contro il governo indipendente della Birmania (1948-1955), che devastano le missioni in Birmania, è il tempo dei vescovi e del clero locale.
III) Il futuro della Chiesa e anche del Pime in Myanmar.
Una bella Chiesa in Birmania: molta fede e pratica religiosa, tante vocazioni e conversioni, forza della fede pur nelle persecuzioni.
Lo stato di Kayah dove i cattolici sono il 25% della popolazione, in un paese dove sono appena l’uno per cento. Si sono convertiti e si convertono le varie etnie dei cariani, quelle evangelizzate da Tornatore
Due tipi di persecuzione in tempi recenti: l’ondata del buddhismo che vuol convertire i cattolici negli anni del dopoguerra: martire padre Stefano Vong, primo prete di Kengtung, che convertiva gli akhà: un bonzo buddhista lo fa uccidere;
poi la guerra dei cariani battisti con i cattolici penalizzati perché non approvavano la “guerra di liberazione” dal potere della maggioranza birmana (1948-1955). Infine gli stregoni delle religioni locali.
Nel 1962 inizia la dittatura militare che voleva stabilire il “socialismo birmano” (o anche “alla buddhista”), ma che è diventata un regime staliniano della peggior specie.
Nel 1966 il regime, dopo aver requisito scuole e ospedali e opere cattoliche, espelle tutti i missionari stranieri arrivati nel paese dopo il 1948, anno dell’indipendenza della Birmania: 30 del Pime più giovani, tutti espulsi. Nel 1966 rimangono 29 missionari italiani del Pime in Birmania, sono rimasti morendo uno per uno sul posto, fino all’ultimo Paolo Noè morto il 29 marzo 2007. Con un vescovo italiano del Pime a Taunggyi fino al 1998, mons. G.B. Gobbato.
Ma l’Istituto continua la sua presenza in Myanmar:
- insegnamento nell’anno di formazione per tutti i chierici birmani a Taunggyi, diretto e gestito del Pime e per sette anni (1995-2002) aiuto all’insegnamento nel seminario teologico nazionale a Rangoon.
- La presenza della Ong “New Humanity” con tre progetti di sviluppo e padre Mario Cassera.
- Con cinque cause di Beatificazione: il beato Paolo Manna e i servi di Dio Clemente Vismara, Felice Tantardini, Alfredo Cremonesi e Mario Vergara: i primi beati e santi della Birmania.
- le visite dall’Italia, gli aiuti economici, l’ospitalità a preti e studenti
birmani in Italia e nelle Filippine e Stati Uniti.
L’eredità più bella del Pime in Birmania, ma credo in tutte le missioni, è la santità dei missionari: una santità pastorale, com’è nella nostra tradizione: il nostro modello è il Cristo Buon Pastore.
La frase di padre Manna: “Noi siamo figli di santi” è proprio vera e la storia della Birmania lo dimostra. La missione cambia ma in fondo rimane sempre la stessa: annunziare e testimoniare Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo (pag. 413 del libro).
Com’era questa santità?
1) Molta preghiera e adorazione: Cremonesi, martire non per caso. Adorazione quotidiana, tre Rosari al giorno, unione continua con Dio. Vi sono pagine bellissime nella sua biografia (1902-1953). Quando aveva qualche problema grave faceva un’ora di adorazione notturna.
Anche padre Clemente Vismara, conosciuto come “Il santo dei bambini” dava grandi esempi di preghiera: lo vedevano sempre col Rosario in mano.
2) Amore al popolo, sacrificarsi per il popolo. Padre Ernesto Ravasi (1888-1923), muore di fatiche e di impegni perché teneva due missioni ed essendo sempre disponibile i confratelli e il vescovo lo incaricavano di diversi compiti. Viaggiava per i villaggi anche nei tempi di piogge continue, con lo scarso nutrimento dei locali. Muore tisico per mancanza di nutrimento e sfinimento di forze a 35 anni e le testimonianze su di lui dopo la morte occupano nell’Archivio ben 1.100 pagine!
Nei primi cinquant’anni l’età media dei missionari in missione non era superiore ai 40, eppure venivano in missione a 24-25 anni! Molti morivano sotto i quarant’anni.
3) Distacco dai beni materiali e fiducia nella Provvidenza. Felice Tantardini: quando muore a 93 anni, dopo 70 anni di Birmania nel 1991, lascia i pochi soldi che aveva in tasca ai suoi collaboratori. Riceveva molte offerte e aiuti dall’Italia, trasformava tutto in vestiti, medicine, cibo per i poveri.
Era benvisto da tutti per la sua santità. Ritorna l’unica volta in Italia nel 1957 per mali alle gambe che erano sempre infiammate. Il vescovo gli scrive che deve assolutamente tornare in Birmania. Lui risponde che tornerebbe subito, ma i medici lo trattengono per capire la sua malattia e potrebbero anche tagliargli le gambe o una gamba. Il vescovo Lanfranconi risponde: “Con le gambe o senza gambe, ritorna, c’è bisogno di te”. Non per quel che faceva, ma per la sua santità, carità e preghiera. Sono andato a Taunggyi nel 1993, due anni dopo che era morto (e poi ancora nel 2002), la sua tomba è sempre piena di fiori e di lumini.
Altro esempio è mons. Erminio Bonetta, che definiva Kengtung “la missione della Provvidenza” e aveva un grande coraggio in nuove imprese, fidando nella Provvidenza.
L’epopea della prima missione di Birmania è un’avventura della fede e del coraggio umano. Con l’aiuto dello Spirito, il paese è cresciuto, la Chiesa si è sviluppata e oggi è stabilmente fondata. Il Pime è sempre rimasto sul posto, nonostante i cinque martiri, molti missionari espulsi e varie situazioni di quasi persecuzione. Oggi continua a servire la Chiesa locale nei vari modi possibili, aiutandola a diventare missionaria e ospitando sacerdoti e seminaristi a Roma e in Usa per gli studi.
Il Pime rappresenta una parte importante della storia della Chiesa in Birmania. Vi lavoriamo dal 1867 fondandovi 6 diocesi su 14, una Chiesa che ci è rimasta vicina e riconoscente e ci offre possibilità concrete di contribuire ancora alla sua crescita cristiana e missionaria attraverso i suoi missionari che vanno in tutto il mondo.
“Passare il Salween” era lo slogan dei primi tempi. Il Salween era diventato mitico nell’Istituto e i missionari che erano destinati a Kengtung, quando attraversavano il Salween su zattere, si inginocchiavano, ringraziavano il Signore, baciavano la terra e facevano il voto di non tornare più indietro. Per noi del Pime la Birmania ha il significato di andare al di là dei confini, verso i popoli più lontani e abbandonati, per far conoscere e amare Gesù Cristo e fondarvi la Chiesa.

A Lecco nei pressi della Stazione ferroviaria circola da circa 3 anni un nuomo che ha un'età d intorno ai 55 anni .Un bel signore, ben vestito,pettinato, ordinato che rirponde ad un cenno di saluto ,abbassando la testa .Io lo incontro ogni sera perchè lui dorme tra i cartoni , non lontano dal luogo dove io posteggio la macchina.Sul muro della costruzione , dove lo lui dorme c'è una frase scritta sul muro ," Bocca da Incendio n.5 ", poi c'è una catasta di profilati di ferro e tra il muro e la catasta di profilati un letto fatto da cartoni,stoffe,zerbini,pezzi di legno......,il suo nascondiglio.
Mesi fa l'ho incontrato all'ufficio delle Poste, in fila davanti a me per fare la domanda per la Social Card. Domanda che non è stata nemmeno accettata perchè non aveva un domicilio.La risposta della signorina delle Poste è stata chiara " Non è possibile per lei che è nullatenente ".Domanda respinta. A volte lo vedo alla Caritas perchè dei miei amici gestiscono la mensa .La sera prima del tramonto gira intorno al posteggio per prepararsi per trascorrere la notte. Un breve passaparola e a turno con altri amici lasciamo prima del suo arrivo del cibo, degli indumenti e dei libri.Lasciamo nei pressi del suo giaciglio, un sacchetto con pane, pollo o formaggi come se qualcuno lo avesse dimenticato, lì per caso. Una sera ho posteggiato la mia macchina proprio vicino al muro del suo domicilio, ho tolto il sacchetto della spesa, l'ho messo per terra, poi ho chiuso l'auto e sono partito lasciando il sacchetto .Lui ha visto la scena ha preso il sacchetto e mi ha chiamato, ma io ho fatto finta di non sentire e sono andato a tutta velocità.La scena da tre anni si ripete ma adesso c'è tra di noi una silenziosa intesa perchè lui ha capito, prende il sacchetto quando mi vede partire non mi chiama più.
Io lo saluto quando lo incontro ma lui abbassa la testa e non saluta più.
Alcune volte , quando piove molto o fa molto freddo metto vicino al luogo ,dei cartoni nuovi , teli in plastica,plaid e poi scappo per il timore che mi veda. Adesso in inverno ho messo dei cartelli pubblicitari con foto dei caraibi e delle maldive perchè questi cartoni sono piu' resistenti degli altri.Quando arrivano qui in agenzia questi cartonati cambiano già dopo pochi minuti la loro destinazione, destinazione " Bocca da incendio n.5" .



Aspettando i barbari
«Che cosa aspettiamo cosi' riuniti sulla piazza?
Stanno per arrivare i Barbari oggi.
Perche' un tale marasma al Senato? Perche' i Senatori restano senza legiferare?
E' che i barbari arrivano oggi. Che leggi voterebbero i Senatori? Quando verranno, i Barbari faranno la legge.
Perche' il nostro Imperatore, levatosi sin dall'aurora, siede su un baldacchino alle porte della citta', solenne e con la corona in testa?
E' che i Barbari arrivano oggi. L'Imperatore si appresta a ricevere il loro capo. Egli ha perfino fatto preparare una pergamena che gli concede appellazioni onorifiche e titoli.
Perche' i nostri due consoli e i nostri pretori sfoggiano la loro rossa toga ricamata? Perche' si adornano di braccialetti d'ametista e di anelli scintillanti di brillanti? Perche' portano i loro bastoni preziosi e finemente cesellati?
E' che i Barbari arrivano oggi e questi oggetti costosi abbagliano i Barbari.
Perche' i nostri abili retori non perorano con la loro consueta eloquenza?
E' che i Barbari arrivano oggi. Loro non apprezzano le belle frasi ne' i lunghi discorsi.
E perche', all'improvviso, questa inquietudine e questo sconvolgimento? Come sono divenuti gravi i volti! Perche' le strade e le piazze si svuotano cosi' in fretta e perche' rientrano tutti a casa con un'aria cosi' triste?
E' che e' scesa la notte e i Barbari non arrivano. E della gente e' venuta dalle frontiere dicendo che non ci sono affatto Barbari... E ora, che sara' di noi senza Barbari? Loro erano comunque una soluzione».
(1908 - Konstantinos Kavafis)
Questo racconto / poesia di Kavafis è stato scritto 100 anni fa, ma è attualissimo anche adesso.
RISERVA HONDURAS









Si yo no lo meresco no me hagas destino ( se non vale la pena non farmi andare avanti )
si no me acompana yo me hago el camino (se non mi accompagni non faccio il mio cammino )
al menos si pierdo ( almeno di perdo )
lo dire bajito ( lo dirò a bassa voce )
si, tengo mi universo y es por que lo necesito (se ho un mio universo è perchè ne ho bisogno)
todos somos heroes en busca de auxilio ( tutti sono eroi in cerca di aiuti )
hablamos sin miedo a herirnos ( parliamo senza paura di ferire)
lo dire bajito ( lo dirò a bassa voce )
se que nos iremos tu y yo con el va y ven ( so che noi andremo in un va e vieni )
pense que a ti te daba igual perdeme ( penso che per te è la stessa cosa se mi perdi )
pero a mi no, a mi no me da igual (però per me no,..non è la stessa cosa )
yo tengo un corazon que quiere hundir mi cuerpo ( io ho un cuore che ama annegare nel mio corpo)
en los mares de ilusion ( in un mare di illusioni )
y no quiere estar atado ( io non voglio stare aggrappato a te )
quiere estallar en huracanes de pasion (voglio scoppiare in un uragano di passioni )
mirate corazon, mirate y mirate ( stai attento cuore , attento , attento..
mirate........ que has hecho contigo ( attento...guarda quello che ha fatto con te )
Miraba aquella luna de la noche siempre esclava ( Guardavo quella Luna della notte sempre schiava )
y no queria perderme ni una sola madrugada (io non volevo perdermi in un'alba )
almenos contigo... ( almeno a te lo dirò a bassa voce )
lo dire bajito
Y al final nos quedaremos ya veras con el va y ven
y aun que por ejemplo a ti te siga dando igual perderme
a mi es que no a mi no me da igual
yo quiero un corazon ( io voglio un cuore )
no quiero hechar de menos los mares de ilusion (non voglio fare di meno in un mare di illusioni)
no quiero amarrarte a un cuerpo (non voglio legarmi ad un corpo )
donde ya no estallan huracanes de pasion ( dove non ci sono urgani di passioni )
mirame mirame mirame y mirame
yo me hago el bajito
si yo no lo meresco no me hagas destino ( se non vale la pena non farmi andare avanti )
pero si no me acompanas yo me hago el camino
para queno te despierte lo digo bajito
lo dire al oido (te lo dirò in un orecchio )
E' morta oggi a 91 anni Enriqueta Gastelumendi, l'ultima rappresentante degli indios Ona, etnia della Terra del fuoco argentina che ormai è estinta.
Della tribù Ona aveva scritto Francisco Coloane (in Cacciatori di Indios, Guanda). Eccone la scheda editoriale: "Come raccontare lo sterminio sanguinoso e scientifico degli indios di razza ona o selk'nam della Terra del Fuoco, la fine della loro civiltà, nella cornice della conquista e della colonizzazione dei nuovi pionieri bianchi? Come narrare il passaggio da un'economia di pura sussistenza, incentrata sul nomadismo e sul guanaco, il grande ruminante che gli ona cacciavano, per passare allo sfruttamento intensivo del territorio realizzato dai latifondisti e dagli allevatori di pecore? Ed infine, come incorniciare il dramma di un ennesimo, violento meticciato, dell'avidità insaziabile, della caccia all'uomo, delle passioni esacerbate, in uno scenario sconfinato e vergine com'è quello della fine del mondo? Coloane, che di quest'angolo di terra è il grande e tragico cantore, sceglie di farlo attraverso tre figure femminili scelte come corifee".
"La prima, Esther, gestisce insieme al marito, il Pelado Riera, una locanda al crocevia del nulla, una sorta di territorio di frontiera in cui si incontrano uomini di mare e di terra, cacciatori di foche, balenieri e cercatori d'oro, mandriani, allevatori e pastori. La seconda, Men Nar, è una giovane ona che, unica superstite al massacro della sua tribù ad opera di cacciatori di indios, una notte arriva ferita e sconvolta alla locanda del Pelado dove viene curata e successivamente adottata da Esther e dal Pelado. Ed infine c'è Georgina, la figlia di Men Nar, la strana meticcia dagli occhi verdi come l'erba "coiròn", la figlia della violenza dell'uomo bianco, che cresce insieme alla madre nella locanda. E al tavolo della locanda, nelle camere da letto o nella stalla, queste tre voci narranti dipanano un'infinità di storie, registrano le leggende indigene, i miti degli dei e degli eroi ona, raccolgono le testimonianze di un'umanità di passaggio fatta di avventurieri, pitocchi, missionari, studiosi, ex galeotti, navigatori consegnandoci i ritratti ora feroci, ora fieri, ora impavidi ma sempre indimenticabili dei protagonisti di un'epopea americana spesso dimenticata dai libri di storia".
Pubblicato Settembre 1, 2004 12:13 AM |